Una viabilità ‘politicizzata’. Bizanti e Longobardi, soldati e pellegrini tra le strade della Toscana Altomedievale

Davide Trentacoste – PhD student (Università degli Studi di Teramo)

Parlare della viabilità di un luogo in un determinato periodo storico presuppone il dover considerare anche la situazione geopolitica del medesimo. Questo vale ovviamente per qualsiasi area o epoca, ma maggior ragione per l’Alto Medioevo, periodo particolarmente “fluido” durante il quale i confini dei territori furono raramente chiari e netti. Il clima di incertezza politica si rifletté direttamente sulla situazione viaria dei diversi territori che avevano fatto parte dell’impero di Roma. Per l’Italia questo discorso assunse una valenza ancora più significativa, dato che fu uno dei territori ex-romani che conobbe una più profonda e veloce disgregazione strutturale, specie se paragonato a quanto accadde nella Gallia franca, nella Spagna visigota.

Infatti, se inizialmente il dominio dell’Italia cadde nelle mani degli Ostrogoti, i quali continuarono a governarla nella sua integrità, con la successiva riconquista bizantina e la subitanea invasione longobarda nella seconda metà del VI secolo, il territorio della penisola si trovò frazionato fra zone bizantine – o ex romane – e zone cadute in mano ai nuovi ‘padroni’ germanici.

Il VI secolo fu il punto di svolta che mise definitivamente in crisi l’antico assetto viario romano. La guerra greco-gotica e la successiva divisione fra Longobardi e Bizantini dettero infatti il colpo di grazia alle già disastrate strade romane della penisola. Il degrado era tuttavia già iniziato negli ultimi decenni di esistenza dell’impero: Claudio Rutilio Namanziano raccontava nell’opera De Redito Suo che già agli inizi del V secolo (ossia nel periodo del sacco di Roma da parte dei Visigoti), decidendo di tornare nella sua natiaGallia, dovette affrontare il viaggio per nave per via delle pessime condizioni in cui versava la Via Aurelia a causa dell’incuria e dell’abbandono.

La carenza di manutenzione fu infatti il principale motivo, almeno inizialmente, per cui le strade romane caddero gradualmente in disuso e questo lo possiamo imputare direttamente alla mancanza di un governo stabile e capace di destinare risorse alla cura della viabilità. Inoltre, la costante situazione di incertezza delle aree di confine ed il continuo e progressivo spopolamento delle regioni dovuto a guerre e carestie fecero sì che le strade rimanenti venissero utilizzate con minore frequenza e di conseguenza fossero sempre meno curate. Non che chi governasse durante l’Alto Medioevo non fosse conscio dell’importanza di queste vie di comunicazione. Ad esempio, prima della guerra greco-gotica, Cassiodoro, al servizio del re Ostrogoto di Ravenna, raccontò che cercò di recuperare la Via Flaminia facendola disboscare. Il dato risulta particolarmente interessante in quanto mostra come una generale disgregazione viaria fosse sintomatica già ai tempi dell’ultimo governo romano. Appena conclusa la riconquista bizantina, Giustiniano sentì invece la necessità di dedicare ben quattro capitoli del suo Digesto alla manutenzione delle strade, segno di quanto venissero considerate cruciali nella gestione geo-politica del territorio. Un secolo e mezzo dopo il re longobardo Liutprando vietò che venissero danneggiate ulteriormente le strade romane. Sempre nell’Alto Medioevo ma ormai in epoca carolingia, il re franco Pipino richiamò le popolazioni del suo regno al restauro delle infrastrutture, promuovendo la ricostruzione di strade e ponti. Con Carlo Magno, in piena rinascenza carolingia, si tentò ambiziosamente il recupero di una politica che tutelasse la viabilità sia di terra che d’acqua.

Inizialmente, comunque, alcuni tratti rimasero percorribili e relativamente ben conservati. Negli immediati dintorni di centri urbani, ancora abbastanza popolati e laddove l’utilizzo di vie lastricate era reso necessario da motivazioni strategiche e militari, le vie di comunicazione continuarono ad essere oggetto di una certa manutenzione. Alcuni esempi possono essere l’ininterrotto utilizzo della Via Emilia dovuto alla continuità del popolamento della zona che essa attraversava ed al fatto che essa si trovasse in territorio bizantino – Esarcato di Ravenna – oppure in Toscana dove la Via Clodia e la Via Cassia, seppur degradate, rimasero inizialmente percorribili. Questo grazie al fatto che esse, come l’Emilia, restarono sotto controllo dei Bizantini i quali, oltre a possedere le conoscenze necessarie alla loro manutenzione, ne avevano bisogno per far affluire velocemente le truppe verso il centro della Toscana che nei primi secoli dell’occupazione longobarda fu il luogo in cui probabilmente si concentrarono gli scontri – anche a ridosso del Valdarno Inferiore come ad esempio la zona di Vico Wallari il cui nome tradisce le finalità militari per i quali i Longobardi probabilmente lo fondarono.

La mancanza di una manutenzione costante ed efficace non riguardò solo le strade, ma anche le terre che esse attraversavano. Del dispositivo romano di controllo e gestione del territorio facevano infatti parte anche le bonifiche ed il disboscamento. Venuti meno questi interventi i terreni pianeggianti tornarono velocemente ad impaludarsi (come ad esempio i territori del Grossetano dove passava la Via Aurelia) ed i boschi presero il sopravvento sulle pianure. Anche la cura degli argini dei fiumi venne abbandonata e le zone adiacenti ai corsi d’acqua si trovarono costantemente allagate. Per questi motivi, quindi, i vecchi tracciati in pianura di epoca romana caddero in disuso a vantaggio di nuovi percorsi posti più in alto distanti dalle aree boschive e dall’aria malsana delle paludi. Si creò così un nuovo tipo di viabilità detta “di crinale” o “di mezza costa” con la quale per tutto l’Alto Medioevo si evitarono le pianure. Questo incise molto anche sulle nuove fondazioni medievali dato che la maggior parte di esse venne a trovarsi su colli o alture, dando vita così a nuove esigenze di controllo del territorio eda nuove vie di comunicazione. Nel corso del VI secolo in pratica in Italia l’antico corpus viario romano si polverizzò riflettendo la frammentazione politica della penisola e ne nacque uno nuovo, disorganico, tessuto che non rispondeva più ad esigenze “imperiali” ma piuttosto a bisogni locali ed a necessità particolari. Per concludere questo discorso si potrebbe dire che almeno inizialmente la rete stradale italica continuò a dipendere da quella di epoca romana (seppur con importanti eccezioni come la Aurelia già in parte inutilizzabile) e che col tempo, in seguito sostanzialmente a vicissitudini di tipo politico-amministrativo, cadde in larga parte in disuso a favore di un tipo di viabilità diverso e più “localistico”. Fu solo con il XIII secolo che si cominciò a recuperare una viabilità di tipo più “romano” nei fondovalle e lungo i fiumi.

Era questo il contesto viario nel quale la Via Francigena cominciò a prendere forma e per la quale si preferì un percorso collinare interno alla Toscana distante dalle zone impaludate del sud della regione attraversate dalla vecchia Aurelia e dalle zone rimaste in mano ai bizantini che potevano compiere continue incursioni dalle loro posizioni lungo le vecchie arterie romane. In questo panorama solo un tipo di strada in Italiae in Europa continuò a rispondere a logiche che potremmo definire più “grandi” e cioè le vie di pellegrinaggio. Di queste l’esempio principe per quanto riguarda il nostro territorio non può che essere la Via Francigena.

La nascita di questa strada, che fu per tutto il Medioevo la principale arteria di pellegrinaggio (ma non solo) dell’Italia, rientra, come già detto, a pieno titolo nel quadro appena descritto e ne rispetta i parametri delineati fino ad ora. La sua storia cominciò con l’invasione dei Longobardi i quali irruppero in Toscana dall’Emilia attraverso il passo della Cisa. Da qui essi occuparono molto velocemente Lucca dalla quale poi dovettero rendersi conto dell’impossibilità di proseguire l’occupazione del territorio toscano utilizzando le tradizionali vie romane. Come già ricordato infatti la Via Aurelia era impraticabile nella sua parte meridionale mentre nella parte settentrionale, cioè nei territori intorno a Pisa, essa rimase in un primo momento saldamente in mano ai Bizantini i quali facevano appunto perno sulla città per la difesa della costa (almeno fra 570 e 600). Impensabile doveva risultare anche l’aggiramento di queste linee difensive passando dalla Romagna e scendendo dalla Via Flaminia dato che proprio a Ravenna aveva sede il centro di potere bizantino in Italia e che nelle zone appenniniche erano presenti numerosi castra difensivi, come ricordava il geografo bizantino del VI secolo Giorgio Cipriota. Volendo insistere sulle strade romane, l’unica alternativa poteva essere la discesa lungo la Via Cassia che da Lucca portava a Florentia e da lì scendeva verso Roma attraverso Arezzo e Bolsena. Tuttavia, anche questo percorso presentava delle difficoltà legate al fatto che il tratto fra Lucca e Firenze si trovasse proprio a ridosso degli Appennini Tosco-Emiliani. Essi erano pesantemente e tenacemente difesi dai Bizantini e dai quali questi ultimi avrebbero potuto creare non pochi problemi all’avanzata longobarda. Ai Longobardi rimaneva quindi un’unica alternativa e cioè quella di addentrarsi nel territorio toscano aprendo nuovi percorsi. Sappiamo infatti che oltre Lucca la primissima zona della Toscana ad essere occupata dai Longobardi fu con tutta probabilità il Valdarno Inferiore; dunque essi si aprirono una via alternativa per raggiungere il cuore della regione. Il percorso compiuto da Sigerico nel X secolo ci permette di ricostruire virtualmentte il tracciato ‘classico’ della Francigena. Partendo da Lucca, esso si snodava fino ad Altopascio seguendo parzialmente la Cassia e, deviando verso sud fino a Cappiano e a Fucecchio, giungeva nel cuore del Valdarno Inferiore. Ciò mostra con molta probabilità che fu questa la via aperta dai Longobardi per agevolare la loro penetrazione nell’interno della Toscana. Le origini di questa strada non furono quindi legate a pratiche cultuali, ma ad esigenze strategiche e pragmatiche di gestione della zona. Con la costante erosione dei territori bizantini ed il conseguente aumento di potere longobardo, i sovrani germanici si trovarono a dover rispondere all’esigenza di un più efficace controllo del territorio e delle vie che collegavano i loro domini settentrionali con quelli dei Longobardi del meridione. Fu così che ilorore portarono avanti una politica di concessioni di terre a monaci e religiosi affinché questi ultimi fondassero lungo la strada monasteri, xenodochi (sorta di ospizi-rifugi gratuiti) e altre strutture di accoglienza per i viaggiatori. Quest’ultimi poterono così cominciare ad avventurarsi dal nord dell’Italia e dell’Europa verso Roma con motivazioni a questo punto più “sacre” e meno “profane”. Un esempio è sicuramente la fondazione da parte di San Colombano nel 612 del monastero di Bobbio su indicazione di re Agilulfo, ma possiamo ricordare anche San Frediano a Lucca fondato da re Cuniperto – per rimanere in Toscana – oppure San Dalmazzo vicino a Cuneo fondato dalla regina Teodolinda, per avere giusto un esempio più distante da queste zone ma pur sempre legato a questa via. Le fondazioni continuarono nel corso dei secoli come dimostra quella di Berceto (in Emilia) nella prima metà dell’VIII secolo da parte del vescovo di Rennes, Moderanno, il quale venne convinto durante un pellegrinaggio a fermarsi presso il Monte Bardone da una donazione di terre fatta da re Liutprando. Questa politica dei re Longobardi (non sempre portata avanti con continuità, dato che a re cattolici successero a volte re ariani) può essere messa in relazione con la strutturazione della Francigena come via di pellegrinaggio e la testimonianza del passaggio del suddetto Moderanno può essere interpretata come una delle più antiche riguardante un pellegrinaggio verso Roma attraverso la Francigena.

La sconfitta dei Longobardi da parte dei Franchi nella seconda metà dell’VIII secolo e la conseguente occupazione del territorio da parte di questi ultimi rafforzò l’importanza di questa strada come collegamento fra il cuore del loro regno in Francia e la Santa Sede a Roma. Questo fu fondamentale dall’incoronazione di Carlo Magno in poi dato che dopo di lui tutti gli imperatori franchi avrebbero dovuto andare al cospetto del papa per ricevere il titolo di imperatore romano. Dall’utilizzo che ne fecero poi i Franchi cominciò ad essere indicata come via Romea, Francisca e poi Francigena.

Concludo quindi ricapitolando alcuni punti di questa breve relazione:

la viabilità altomedievale italiana, e quindi toscana, rimase inizialmente legata all’antica viabilità romana, la quale cadde in disuso a causa dell’incuria rivolta ad essa ed ai territori circostanti provocata dalla scomparsa di un forte potere centralizzato capace di indirizzare risorse verso la costruzione ed il mantenimento delle strade. Questo favorì dunque la nascita di quella viabilità fatta di piccoli sentieri, mulattiere e strade sterrate o di terra battuta situate spesso in alto che caratterizzerà il Medioevo almeno fino al XIII secolo e della quale fa parte anche la storia della Via Francigena.

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Quanto sopra è la sintesi di un argomento che avrebbe meritato sicuramente una trattazione ben più ampia e completa.

 

Dott. Davide Trentacoste