I tempi del viaggio

Potrà sembrare strano che in un convegno dedicato alla Via Francigena, venga proposto un titolo in cui la più famosa via di terra del medioevo è associata alle vie d’acqua, ma, nel considerare la viabilità del territorio fucecchiese medievale, occorre pur tener conto della centralità che i fiumi avevano in quest’area.

Cominciamo allora col dire qualcosa sui tempi del viaggiare per terra e per acqua.

Per terra i tempi variavano molto, a seconda del terreno da percorrere e dei mezzi usati.

A cavallo si potevano fare mediamente 50 km al giorno o anche molti di più nel caso di professionisti come i corrieri. A piedi mediamente si potevano fare circa 25-30 km al giorno, o anche di più a seconda delle situazioni particolari (ad esempio molti ambasciatori fucecchiesi andavano a Lucca a piedi coprendo la relativa distanza, circa 35 Km, in una giornata).

Per acqua i tempi variavano molto di più. Visto che parliamo dell’area fucecchiese possiamo prendere spunto da una pagina del diario del canonico Giulio Taviani che il 16 giugno del 1777 volendo andare a Pisa per partecipare alla festa del patrono San Ranieri, optò per il viaggio via Arno: partì dal Porto fucecchiese di Saettino alle 5 del mattino e arrivò a Pisa alle ore 1 dopo pranzo, dunque impiegò otto ore, facilitato dal fatto che seguiva la corrente del fiume. Assai più difficile era navigare controcorrente. In questo caso per vincere la forza della corrente occorreva trainare i navicelli con animali oppure a forza di braccia. In generale è stato calcolato che da Pisa a Firenze, controcorrente, si potevano percorrere 16 Km al giorno, quindi assai meno dei 40 percorsi in poco più di mezza giornata dal canonico fucecchiese seguendo il percorso inverso.

Possiamo concludere che non erano sempre i tempi ad assicurare il vantaggio del viaggio via acqua, tuttavia non c’è dubbio che viaggiare lungo i fiumi era meno faticoso, meno pericoloso e soprattutto si potevano trasportare pesi assai maggiori di quelli che potevano portare muli e cavalli per vie terrestri. I navicelli, le piatte e le “scafe” (barche) che viaggiavano lungo i due fiumi fucecchiesi (l’Arno e l’Usciana) potevano trasportare quintali di merci.

Ho fatto queste precisazioni poiché nell’area di Fucecchio c’erano le condizioni più favorevoli al viaggio attraverso i fiumi: l’Arno e l’Usciana (antica Gusciana e prima ancora Arme), costituivano un vero e proprio sistema che assicurò a lungo i collegamenti tra la Valdinievole e il Valdarno attraverso numerosi porti presenti sulle gronde del Padule, mentre, come è ben noto, l’Arno era percorso da imbarcazioni in tutto il tratto compreso tra Firenze e Pisa.

A ben vedere si tratta di una situazione di eccezionale favore nel panorama toscano. E queste condizioni favorevoli furono certamente tra i fattori che indussero i conti Cadolingi, intorno all’anno Mille, a scegliere Fucecchio come centro principale della loro vasta ma frammentaria signoria. Proprio qui all’incrocio di vie d’acqua e di terra essi fecero edificare il ponte di Bonfiglio che consentiva a coloro che percorrevano la strada Romea di superare l’Arno e che rimase a lungo il solo tra Firenze e Pisa.

Ma se le vie d’acqua potevano essere utilizzate soprattutto per i collegamenti Est – Ovest, per il triangolo Firenze – Pistoia – Pisa, chi invece viaggiava lungo l’asse Nord – Sud non poteva che servirsi delle vie di terra. E qui entrava per forza in gioco la Via Francigena o per meglio dire il sistema di strade che si chiamavano romee.

Mito e realtà della Via Francigena

Qualche anno fa, nel pieno del Millenario del viaggio di Sigerico da Canterbury a Roma, un amico studioso mi confidava che forse sarebbe stato interessante formulare una sorta di provocazione per far intendere a livello divulgativo la realtà della Via Francigena, negandone addirittura l’esistenza. Probabilmente l’affermazione era anche una reazione all’abuso dei questo nome che aveva creato un vero e proprio mito: dappertutto spuntavano la Via Francigena o le sue varianti (o, come si diceva, i tanti diverticoli scoperti per nobilitare un paese). Ancora più impropria appariva l’abusata metafora che qualificava la Via Francigena come “autostrada del Medioevo”.

La provocatoria negazione dell’esistenza di una Via Francigena poteva servire effettivamente a ricondurre questo tema entro confini non tanto più modesti quanto più corrispondenti alla realtà storica.

Niente di più lontano, infatti, poteva esserci che l’idea di un’autostrada moderna per immaginare le reali condizioni della Via Francigena o di qualunque altra strada medievale: un manufatto discontinuo nella consistenza materiale, nelle stesse dimensioni, nella presenza o meno di infrastrutture, nella cura che le autorità dedicavano alla sua manutenzione. In un panorama politico caratterizzato dal predominio di poteri locali, era impossibile garantire un’uniformità di interventi e di cure. Per di più, la via seguita dai pellegrini non poteva essere un asse ben definito, bensì una pluralità di percorsi e in questo senso le varianti non erano tanto diverticoli rispetto al tracciato principale, quanto un fascio di percorrenze che rispondevano ad esigenze diverse, inclusa quella di visitare santuari, luoghi dove erano conservate reliquie, monasteri e chiese presso i quali i pellegrini intendevano soffermarsi.

Tutto ciò non significa affatto diminuire l’importanza della Via Francigena e tanto meno affermare che a questo nome non corrispondesse una realtà materiale. Documenti redatti nel territorio fucecchiese o nelle immediate adiacenze menzionano più volte una strata Romea (tra XII e XIII secolo) o una Via Francigena (specialmente dal XIV secolo), facendo riferimento a luoghi ben precisi, il che ci consente se non altro di predisporre una mappa dei toponimi presso i quali è attestata la presenza della strada: a Galleno, presso la malatia (ospedale – lebbrosario) di Querce (attuale Poggio Adorno), a Fucecchio (tra il castello di Salamarzana e l’omonimo poggio Salamartano), nei confini di San Miniato, presso Roffia. Già unendo questi punti certi è facile tracciare il percorso principale della strada, che, come vedremo, è accertabile anche grazie ad altri indizi documentari.

Fucecchio area di strada e luogo di ponte

Non sono certo molti i luoghi della Toscana che, al pari di Fucecchio, meritino la qualifica di “area di strada” e, al contempo, di “luogo di ponte”.

Qui si incrociavano nel Medioevo diverse direttrici: quella per Firenze (da Porta Borghetto), per Lucca (da Porta Sant’Andrea), per Santa Croce e quindi per Pisa (da Porta Bernarda), per Pistoia (da Porta della Valle), a cui possiamo aggiungere una direttrice che portava verso Cerreto e Vinci e che corrispondeva a quella che oggi viene detta Nonantolana. I documenti locali non utilizzano questo nome, ma non c’è dubbio che esistesse già dal primo Medioevo una via di Castel Rapiti (un piccolo insediamento fortificato, situato presso l’attuale Montellori) e quindi verso Cerreto e una via di Colle di Pietra (altro castello già appartenuto ai conti Guidi, presso l’attuale Pieve a Ripoli), che con altro percorso conduceva verso il Monte Albano e i territori dei conti Guidi.

Poiché anche a questa direttrice è stata attribuita una funzione ‘romea’, ossia una percorrenza da parte di romei – pellegrini diretti a Roma, mi soffermo subito su questa, per un paio di considerazioni.

Prima e più importante è l’osservazione che mi porta a ricordare che una delle più importanti casate feudali della Toscana, i conti Guidi, che resistettero all’espansionismo fiorentino almeno fino al Quattrocento, avevano i propri castelli disposti proprio lungo queste vie transappenniniche, nell’area pistoiese e in quello che fu poi il cuore dei loro possessi, ossia il Casentino.

Dunque queste vie, oggi divenute marginali, spesso ridotte a sentieri, svolgevano nel Medioevo una funzione di primaria importanza.

Qui, basterà ricordare che Cerreto ha meritato il nome moderno (Cerreto Guidi), per essere stato a lungo castello di quella casata, così come il già menzionato (e oggi scomparso) Colle di Pietra o ancora Larciano e Vinci, per nominare solo i centri più a noi vicini e che esistono ancora. E si noti anche che Larciano costituiva una testa di ponte sul margine del Padule e non caso aveva il suo porto (o più di uno) a Castelmartini e dintorni (Brugnana).

Non è un caso che i castelli e i possessi dei Guidi e dei Cadolingi tra XI e XII secolo convergessero, nel Valdarno, verso Fucecchio, quasi a concorrere per il controllo del guado sull’Arno e, dopo il Mille, per il controllo del ponte sulla strada Romea.

Dunque questa direttrice che oggi viene chiamata “Romea Nonantolana” doveva comprendere più percorsi transappenninici, alcuni dei quali dovevano volgere ovviamente verso Pistoia, dove è ben documentato un popolare culto per San Iacopo, mentre altri dovevano dirigersi verso Firenze e altri ancora scendere verso Vinci per convergere poi verso il passo d’Arno a Fucecchio.

Non a caso a Vinci nel Quattrocento sono documentati frequenti contatti con Bologna che dovevano avvenire attraverso queste direttrici.

Più in generale, è ovvio che ogni castello e poi ogni comune cercasse di assicurarsi il controllo di una propria via per raggiungere gli altri centri. Non era solo una questione pratica di accesso diretto a una strada. In una regione ancora divisa tra diversi poteri locali, non avere il controllo delle strade significava essere soggetti a pagamenti di quei pedaggi che ogni autorità imponeva a chi transitava nel proprio territorio, sia per vie di terra che per vie d’acqua.

In quest’area dominata da Lucca fino ai primi decenni del Trecento, ad esempio, sono segnalate più vie per Lucca: oltre a quella Via Francigena già menzionata che collegava Cappiano con Galleno passando per l’attuale Poggio Adorno, c’era anche, ad esempio, la via “per la quale gli uomini di Montefalconi vanno a Lucca” ricordata nel XIII secolo. Ma l’episodio più significativo di questa concorrenza fu la guerra tra Fucecchiesi e Santacrocesi avvenuta nel 1281 non solo per una questione di confini ma soprattutto perché gli abitanti della Terra nuova di Santa Croce, fondata poco dopo il 1250, avevano creato un nuovo percorso della Via Francigena all’interno del loro territorio danneggiando così i traffici fucecchiesi (da Poggio Adorno avevano cambiato il percorso che conduceva a Cappiano, dirottandolo verso il ponte di Rosaiolo, sull’Usciana, che faceva parte del loro distretto).

Inoltre va tenuto presente che alle principali direttrici si raccordava una fitta viabilità minore che in buona parte potrebbe essere riconosciuta nell’attuale rete stradale. Tra la fine del Duecento e i primi del Trecento si ha notizia di almeno cinquanta tra stratae e viae presenti nell’ambito del territorio fucecchiese, ma il censimento, basato su fonti frammentarie, deve essere ritenuto incompleto.

La Via Francigena o Romea si integrava dunque in un sistema di comunicazioni molto ricco che esaltando la funzione di crocevia di Fucecchio ne faceva necessariamente un “luogo di strada”, dove, nel raggio di pochi chilometri, la via dei pellegrini doveva affrontare il superamento di due importanti corsi d’acqua, l’Usciana e l’Arno.

Difficoltà e pericoli: gli ospedali e l’assistenza lungo la strada

Un altro aspetto che occorre tenere presente quando si esamina la situazione della viabilità in una determinata area è rappresentato dalle condizioni di sicurezza in cui i viandanti potevano transitare. Nell’area più settentrionale del territorio fucecchiese, le condizioni non erano certo rassicuranti: i folti boschi delle Cerbaie, compresi tra il Padule di Fucecchio e quello di Bientina nascondevano numerosi pericoli, dagli animali selvatici che vi si poteva incontrare (compresi i lupi a cui si dava regolarmente la caccia), fino ai briganti di cui abbiamo molte notizie attraverso i processi celebrati nel Trecento davanti ai podestà di Fucecchio. Occorreva perciò la presenza di luoghi di sosta adeguatamente tutelati e di personale in grado di difendere i viandanti. Non occorre qui ripetere quanto è già ben noto a proposito dell’Ospedale di Altopascio e dei Cavalieri del Tau preposti a questo servizio. Ma la trama dei piccoli ospedali presenti in questo territorio era davvero fitta. Entro i confini dell’attuale comune di Fucecchio sono menzionati nel Medioevo almeno sei ospedali, riservanti ai viandanti che percorrevano la Francigena e le altre strade.

Li ricordo qui sinteticamente:

Ospedale di Cerbaia (S.Maria e S.Trinita). Fondato in strata Francigena intorno al 1197, è ampiamente documentato. La sua ubicazione poco a sud di Galleno, nelle immediate adiacenze della strada Romea, è attestata sia dai catasti quattrocenteschi che dalla cartografia moderna che registra il toponimo circa 500 m. a ovest dell’attuale strada provinciale Lucchese-Romana, tra i rii Rimoro e Lischetto. Fu fondato nel distretto del castello di Montefalconi ed era costituito da una domus e dall’annessa ecclesia intitolata a S.Maria e S.Trinita. Arricchitosi notevolmente nel corso dei primi decenni del Duecento, divenne nel 1251 una dipendenza del ben più potente ospedale di Altopascio.

Malatia di Querce. Questo piccolo ospedale era situato nel luogo che ancora nell’Ottocento era detto “La malatia”, coincidente con l’attuale Poggio Adorno. Il nome, poi toponimo, “malatia”, rivela la funzione di rifugio per i lebbrosi.

Ospedale di Rosaia e cappella di S.Stefano. L’ospedale di Rosaia fu fondato dal conte Guglielmo Bulgaro dei Cadolingi (morto prima del 1075). E’ detto “..posito et constructo in loco dicto Rosaia prope castro Salamarzana”, toponimo ancor oggi ricordato nella Via dei Rosai. Era ubicato nelle immediate adiacenze di Fucecchio, su una pubblica strata, probabilmente in prossimità dell’incrocio tra la Romea e la Via Pistoiese. Nella chiesa di S.Stefano di Rosaia furono dettate, il 18 febbraio del 1113, le ultime volontà del morente conte Ugolino dei Cadolingi, poco prima sconfitto (e forse ferito), presso Montecascioli, in seguito a uno scontro armato con le milizie fiorentine.

Ospedale o domus del ponte di Fucecchio e chiesa di S.Maria. Si trovava in prossimità del ponte sull’Arno, ma se ne perde ben presto il ricordo dopo il XII secolo.

Ospedale di Ruffino o del Castelluccio. L’ospedale di Ruffino, detto anche del Castelluccio dal luogo in cui erano concentrati i suoi beni, fu fondato e dotato dal fucecchiese Ruffino di Lottieri, arcidiacono di Reims e poi vescovo di Milano, poco prima del 1294. Secondo il testamento del prelato l’edificio, situato presso la Porta Bernarda, avrebbe dovuto disporre di 20 letti, 16 in una casa per i poveri “comuni”, e quattro per persone di particolare riguardo. A quanto sembra l’opera ebbe solo parziale compimento e l’ospizio svolse una modesta funzione assistenziale almeno fino al XVIII secolo.

Ospedale o domus di Casore in Ultrario (Torre). Se ne hanno pochissime notizie nel XIII secolo. Si trattava forse di una domus dipendente dall’ospedale di Altopascio.

L’altro grande impegno per chi si occupava di difendere i viaggiatori era rappresentato dalla necessaria manutenzione dei ponti, che in questa zona erano principalmente due: quello di Cappiano per superare l’Usciana e, soprattutto, quello di Fucecchio indispensabile per oltrepassare l’Arno. Erano impegni gravosi che richiedevano forti investimenti, ma che potevano garantire un ritorno economico: i pedaggi richiesti per utilizzare i ponti sono documentati spesso nell’area fucecchiese, anche se i Maestri dell’Altopascio da una certa epoca in poi (dal XIII secolo) poterono garantire – sia pure in modo discontinuo – un passaggio gratuito. Non è un caso che nel tardo Medioevo l’Ospedale di Altopascio fosse riuscito ad assicurarsi il controllo dei ponti e degli ospedali in tutta quest’area e che riuscisse a prenderne cura grazie ai proventi delle vaste estensioni di terra di cui era proprietario qui come altrove.

Più tardi però, nel pieno Trecento, fu il comune di Fucecchio ad assicurarsi il controllo del passo d’Arno e da allora le gabelle dell’Arno e della Gusciana rappresentarono, almeno per un certo periodo, una significativa entrata nell’ambito del bilancio comunale.

Tutti questi elementi – la posizione degli ospedali, la presenza di ponti – costituiscono ulteriori indizi del tracciato principale della via Francigena nel territorio fucecchiese. Un documento della seconda metà del XIII secolo, individua i confini tra Fucecchio e Montefalconi (poi Castelfranco): “…usque ad stradam francigenam de malatia eundo per dictam stradam usque gallenum in direttum per viam qua itur Lucam…”. Dunque, come era del resto facile supporre, le comunità valdarnesi nel tardo Medioevo si servivano di più percorsi per raggiungere Lucca, ma è significativo che la Francigena vera e propria fosse ancora considerata quella che attraversava le Cerbaie nel tratto compreso tra la “malatia”, ossia l’ospedale situato presso Rosaiolo (attuale Poggio Adorno), e Galleno seguendo un percorso in direttum che non poteva che coincidere con gli attuali confini tra il comune di Fucecchio e quello di Castelfranco.

Tutti dati, questi, che insieme a successive testimonianze, hanno permesso oggi di tracciare un percorso certo della strada almeno da Galleno a Ponte a Cappiano.

E’ invece il tratto di pianura tra Cappiano e Fucecchio a presentare i maggiori problemi per una localizzazione del tracciato medievale, che subì certamente un cambiamento intorno alla fine del Duecento, quando i Fucecchiesi, dopo la guerra con Santa Croce, realizzarono la “Via nuova per Cappiano”.

Il tracciato torna ad essere accertato invece nel centro storico di Fucecchio: carte dell’XI e XII secolo attestano con evidenza la strata romea nell’area compresa tra il castello di Salamarzana e il poggio dove è tuttora edificata l’abbazia di San Salvatore, poggio oggi detto appunto Salamartano. C’è addirittura un documento molto più tardo, del XVII secolo che indica come “Via Romana” la strada che attraversa l’attuale Piazza Vittorio Veneto.

Anche il percorso che attraversava il villaggio di Aguzano, l’odierna San Pierino è abbastanza certo, dal momento che ne sono state ritrovati tratti di selciato, solo in parte coincidenti con l’attuale viabilità. A Sud la strada entrava nel territorio saminiatese passando per Roffia.

Se queste testimonianze accertano la presenza di luoghi in cui era presente la Via Francigena nel territorio fucecchiese, è opportuno accennare ad altri percorsi documentati in modo meno diretto, o da fonti di più incerta interpretazione.

Ad esempio quello che probabilmente collegava San Nazario-Querce, con Lucca e quindi da San Nazario si dirigeva verso Massa e Ultrario (Torre). Il primo tratto, quello tra Lucca e Querce è più che probabile, se si tiene conto dei risultati di recenti ricerche in cui i dati archeologici e la documentazione d’archivio attestano una sinergia tra conti Cadolingi e ambienti lucchesi favorevoli alla riforma della Chiesa nella seconda metà dell’XI secolo per promuovere in questa zona un centro di culto col sostegno della potente abbazia di Montecassino. Una presenza che si raccorda con documenti che certificano proprietà delle chiese di San Giorgio e di San Frediano di Lucca nella campagna di Ultrario, oggi Torre: proprietà che dovevano pur avere collegamenti viari con la città del Volto Santo.

 I lasciti della strada: Fucecchio “figlio della strada” e alcune tracce onomastiche.

Prima di concludere vorrei dedicare almeno un cenno all’importanza culturale che la presenza della Via Francigena ha avuto anche nel nostro piccolo ambito territoriale.

I segni lasciati nell’urbanistica sono talmente evidenti che potremmo affratellare Fucecchio a Siena nel noto epiteto “figlia della strada”. Non c’è dubbio che l’asse principale del centro storico di Fucecchio, ossia il percorso Via Castruccio – Via Donateschi coincida sostanzialmente con quella strada Romea che nell’XI secolo passava per l’attuale Piazza Vittorio Veneto collegandosi con la porta del castello di Salamarzana. E non c’è dubbio che proprio questo sia stato l’asse generatore dei successivi borghi che formano l’attuale centro storico di Fucecchio.

Se andiamo ad osservare la società fucecchiese del Medioevo troveremo altri più modesti ma altrettanto suggestivi segni lasciati dalla strada.

Certamente, come già accennato, fu proprio la presenza della Via Francigena e del guado sull’Arno a indirizzare i conti Cadolingi a costituire nel luogo detto Fucecchio il centro dei propri interessi valdarnesi già poco prima dell’anno Mille, fondando qui un monastero, quello di San Salvatore, ancor prima della pieve, costituita soltanto alla fine dell’XI secolo e sottoposta agli abati vallombrosani. Ed è forse seguendo la Via Francigena che si erano affermati gli interessi valdarnesi del cavaliere templare Primicerio di Truffa, che nella seconda metà del XII secolo era concessionario di beni del monastero di San Salvatore in un’ampia area compresa tra Catiana – Caprognana (Castelfranco), Montefalconi, Cappiano e San Vito (Santa Croce).

Era invece fucecchiese una famiglia di primo piano che sempre nel XII secolo tramandava al suo interno i nomi di Rolando e Torpino evidenti segni di una moda onomastica tratta dalle Chanson de geste. Ad essa apparteneva anche quel Guido cardinale, che fu legato pontificio nella lontana Moravia per riformare i costumi e la disciplina del clero secolare e regolare. Viaggiò in Austria e in Baviera, prendendo provvedimenti contro chierici concubinari e simoniaci e destituendo anche alcuni alti prelati.

Ma il personaggio più rappresentativo è in questo senso quel Ruffino di Lottieri, a cui ho già accennato, e che ritengo imparentato sia con la famiglia di cui ho appena parlato, sia con l’altro grande ecclesiastico fucecchiese del Medioevo, Enrico, l’energico vescovo di Luni, che riorganizzò il proprio episcopato battendosi contro le usurpazioni della feudalità locale. Se questi legami di parentela fossero verificati potremmo dire di aver identificato una famiglia di primaria importanza che tra XII e XIII secolo contò alcuni ecclesiastici di livello europeo, intratteneva relazioni importanti con i paesi d’Oltralpe e i cui membri furono abituali utilizzatori della Via Francigena. Infatti Ruffino fu prima arcidiacono di Reims e nel 1295 fu a lui conferita da Bonifacio VIII la sede vescovile di Milano, anche se, a quanto sembra, non svolse mai il suo ufficio essendo morto nel 1296 mentre si trovava a Roma per la consacrazione. I rapporti del prelato fucecchiese con la Francia non dovevano essere occasionali se nel suo testamento egli fece riferimento ai molti suoi beni situati in quel paese e ricordò parenti e consanguinei che erano soliti dimorare a Reims. Ed è probabilmente per i suoi profondi legami con il paese d’Oltralpe che Ruffino, quando dette disposizioni per l’edificazione di un suo ospedale in Fucecchio, volle che esso garantisse sicura ospitalità ai poveri, specialmente a quelli che venivano di Francia (“… quod secure et pacifice ibidem pauperes et specialiter gallici …”).

Tutti questi sono personaggi di alta levatura, che hanno lasciato più facilmente tracce documentarie. Eppure talvolta i documenti d’archivio ci tramandano anche la memoria di uomini altrimenti ignoti che in qualche modo conservano il ricordo della strada. Ad esempio in una assemblea degli uomini del villaggio di Galleno tenutasi nel 1281 è menzionato un Oddinus Francigenus, ossia, presumibilmente un Oddino nativo di Francia, che, dopo aver percorso la strada Romea, a Galleno doveva essersi fermato abbastanza a lungo per assicurarsi il diritto di partecipare all’assemblea del Comune.

Insomma, per riprendere il tema iniziale, se la Via Francigena non esiste come autostrada del Medioevo, è certamente esistita come itinerario formato da un tracciato principale e da una serie di percorsi collaterali che hanno lasciato numerose tracce documentarie, archeologiche e culturali, ben riconoscibili nel territorio fucecchiese.

 

Prof. Alberto Malvolti

 

Nota. Questo testo riprende e sintetizza i risultati di alcuni lavori da me già pubblicati in diverse sedi ai quali rinvio per approfondimenti e per i riferimenti bibliografici e documentari: La strada Romea e la viabilità fucecchiese nel Medioevo, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, 1995, pp. 5-29 (con Andrea Vanni Desideri); Galleno luogo di passo sulla Via Francigena tra Medioevo ed Età Moderna, in Pellegrinaggio e ospitalità nelle Cerbaie medievali, a cura di Stefano Sodi, ETS, Pisa 2001, pp. 57-76; La comunità di Fucecchio nel Medioevo. I nomi dei luoghi, Italia Nostra – Sezione Medio Valdarno Inferiore, Fucecchio 2005; Fucecchio e la Via Francigena nel progetto di dominio territoriale dei conti Cadolingi, in “De strata francigena”, XVIII/2, 2010, atti del convegno I Cadolingi, Scandicci e la viabilità francigena, svoltosi il 4 dicembre 2010 a Badia a Settimo, Centro Studi Romei, Poggibonsi, 2011, pp. 43-69. Tutti questi saggi sono reperibili nei tre volumi a mio nome reperibili e liberamente consultabili sul sito Archive.org.